Il rapporto “Il Digitale in Italia” 2025: si cresce, ma a due velocità

È uscito “Il Digitale in Italia 2025”, il rapporto annuale redatto da Anitec-Assinform, l’associazione italiana per l’Information and Communication Technology, che racconta il mercato ICT italiano fornendo analisi dettagliate su tecnologie, trend, investimenti e politiche digitali, con dati autorevoli utilizzati da imprese, istituzioni e policy maker per orientare strategie e decisioni.

Giunto alla 56ª edizione, il report 2025 racconta un settore che continua a espandersi, ma evidenzia anche limiti strutturali da superare. Tra opportunità, rallentamenti e transizioni epocali, ecco come si configura oggi il digitale nel nostro Paese.

Un mercato in crescita, ma non per tutti

Nel 2024 il mercato digitale italiano ha raggiunto un valore di 81,6 miliardi di euro, con una crescita del +3,7% rispetto al 2023, e si stima che arriverà a 93 miliardi entro il 2028. Il digitale incide sul PIL nominale per il 3,73%, confermando una crescita più sostenuta rispetto al resto dell’economia italiana. In particolare, le imprese — soprattutto quelle di maggiori dimensioni — hanno investito in Cybersecurity, Cloud e formazione, con un 71% che adotta almeno una tecnologia digitale avanzata.

Tuttavia, il Digital Intensity Index rivela un divario profondo tra PMI e grandi imprese: nel 2024 solo il 26% delle PMI risulta ad alta digitalizzazione, contro l’83% delle grandi aziende.

Emerge come le PMI, che costituiscono l’ossatura produttiva del Paese, mostrino ancora un coinvolgimento troppo limitato nella trasformazione digitale. La distanza è marcata non solo nell’adozione delle tecnologie, ma anche nell’accesso a competenze digitali, investimenti strutturati e infrastrutture adeguate.

Le piccole e medie imprese, pur più attive negli investimenti in beni immateriali rispetto alle grandi (40% vs 34%), si concentrano principalmente su software e strumenti operativi, mentre ricerca e sviluppo restano in secondo piano. Anche l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale è molto contenuto: solo il 6,9% delle PMI con 10-249 addetti ne fa uso, e spesso con applicazioni limitate a strumenti generativi di linguaggio.

Le tecnologie più adottate nel 2024

Tra le tecnologie più adottate spiccano le piattaforme digitali (59%), la robotica (47%) e Internet of Things (IoT) (44%). A distanza, seguono Big Data/AI (circa 25%), Stampa 3D (20%) e Realtà aumentata/virtuale (10%).

L’Italia supera la media UE nell’utilizzo di piattaforme digitali, IoT e droni, ma resta indietro in tutte le altre tecnologie rispetto agli USA.

Intelligenza Artificiale: è solo l’inizio

Il segmento con la maggiore crescita è senza dubbio l’Intelligenza Artificiale, con un incremento del +38,7% tra 2023 e 2024, per un valore di oltre 900 milioni di euro. Eppure, solo l’8,2% delle imprese con almeno 10 addetti (PMI) la utilizza.

Le applicazioni più comuni riguardano:

  • Estrazione di conoscenza dai documenti (54,5%)
  • Generazione di linguaggio scritto/parlato (45,3%)
  • Riconoscimento vocale (39,9%)
  • Analisi dati con machine learning (30%)

I principali ambiti aziendali di utilizzo sono: marketing e vendite (35,7%), processi amministrativi (28,2%), R&D (24,6%). Minore impatto su produzione, sicurezza ICT, finanza e logistica.

A sottolineare il momento di svolta è anche Massimo Dal Checco, Presidente di Anitec-Assinform, che nel report dichiara: “Il 2025 è l’anno in cui l’Intelligenza Artificiale sta diventando la protagonista assoluta della scena economica e sociale”.

Il ruolo del PNRR

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) è uno dei pilastri per sostenere la trasformazione digitale del Paese. Con una dotazione complessiva di 194,4 miliardi di euro, di cui oltre 40 miliardi dedicati direttamente o indirettamente alla digitalizzazione, rappresenta una leva strategica per innovare processi, infrastrutture e servizi, sia nel pubblico che nel privato.

Tuttavia, i dati mostrano una realtà più complessa. Alla fine del 2024, la spesa effettivamente sostenuta rispetto ai fondi assegnati è pari al 35%, con forti disomogeneità tra le diverse missioni:

  • La Missione 1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura è quella più avanzata, con un livello di spesa pari al 46%, trainata in particolare dalla Componente 2, che ha beneficiato degli incentivi legati a Transizione 4.0.
  • Più critica la situazione nella Componente 1, dedicata alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, che registra un livello di attuazione del 23,3%, sintomo delle difficoltà legate a burocrazia, governance frammentata e ritardi nelle rendicontazioni.
  • Ancora più rallentata la Missione 6 – Salute, con appena il 15% della spesa sostenuta, nonostante l’importanza strategica della sanità digitale e della telemedicina.

Tra i progetti più significativi, si segnala il processo di migrazione al cloud delle Pubbliche Amministrazioni: a settembre 2024, oltre 4.000 enti hanno avviato o completato il percorso, con l’obiettivo di raggiungere 10.000 PA locali migrate entro il 2025. Sono stati attivati bandi specifici e voucher per accompagnare le PA nel passaggio al Polo Strategico Nazionale, ma permangono ostacoli operativi che ne rallentano l’efficacia.

Il PNRR ha un potenziale enorme anche per il sistema produttivo, in particolare attraverso strumenti di credito d’imposta e voucher per la digitalizzazione delle PMI, ma l’impatto è ancora limitato. Secondo il report, “l’attuazione del Piano progredisce con ritmi inferiori rispetto alle previsioni, tanto da aver reso necessarie, in alcuni casi, proroghe e revisioni degli obiettivi”. Per le imprese, e in particolare per le PMI, questo si traduce in un’opportunità non ancora pienamente colta. La frammentazione degli strumenti, la complessità di accesso ai fondi e la mancanza di accompagnamento operativo rischiano di ridurre l’effetto leva del PNRR proprio dove servirebbe di più.

Le imprese e la sfida delle competenze

Dal 2021 al 2024, il 52,6% delle imprese italiane ha investito in 1-4 ambiti digitali, mentre solo il 38% prevede di farlo nel biennio successivo. Le imprese più grandi mostrano maggiore intensità e continuità, e tra i principali ambiti futuri d’investimento si evidenziano:

  • Sicurezza informatica (dal 47,2% al 53,8%)
  • Formazione ICT (dal 25,9% al 44,3%)
  • Cloud computing (dal 25,6% al 29,3%)

Tuttavia, la mancanza di competenze specialistiche rimane un ostacolo centrale, insieme ai costi energetici per i data center e alla frammentazione dell’offerta tecnologica.

Un digitale a due velocità

I dati suggeriscono una digitalizzazione a macchia di leopardo. L’Italia si muove, ma in modo disomogeneo: per settori, per territori, per dimensioni aziendali. Il rischio è quello di lasciare indietro intere fasce di imprese, cittadini e aree del Paese.

Il digitale — e in particolare l’IA — non è più solo leva di efficienza. È uno strumento strategico per affrontare le grandi transizioni: ecologica, sociale, demografica. Sanità, istruzione, pubblica amministrazione, gestione delle risorse: tutto passa attraverso una nuova cultura del dato, dell’automazione e della responsabilità.

Possiamo concludere, affermando che il digitale in Italia non è fermo. Cresce, evolve, traina, ma spesso lo fa senza un passo comune. Per il tessuto industriale italiano, e in particolare per le PMI, colmare questo divario non è solo una priorità: è una necessità per rimanere competitivi, resilienti e sostenibili in un contesto globale sempre più complesso.

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